I luoghi delle principali uccisioni

Casaglia

Casaglia è una frazione di Marzabotto, nel cuore del parco storico di Monte Sole. È l’epicentro della vicenda, dato che i fatti che qui si svolsero assursero a simbolo dell’intera strage. Durante i rastrellamenti nazifascisti, il 29 settembre, la popolazione del circondario di Casaglia si era assiepata nella Chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in preghiera. I soldati irruppero intimando a tutti di uscire, uccidendo il sacerdote, Ubaldo Marchioni, una ragazza disabile e alcuni anziani che intralciavano o rallentavano le operazioni. Sgomberati dalla chiesa, gli oltre cento civili furono condotti nel limitrofo cimitero e uccisi dalle raffiche di una mitragliatrice che era stata rapidamente collocata all’ingresso. Alcuni soldati lanciarono anche delle bombe a mano nel mucchio. Nell’ammasso di copri inermi, coperti dai cadaveri, sopravvissero cinque persone, benché ferite e sotto shock. Uscirono dal groviglio il giorno dopo, raccontando a chi li soccorse l’accaduto. I cadaveri sarebbero stati sepolti alla bell’e meglio da altri civili nei giorni successivi in una fossa comune.

Caprara

Caprara è un borgo a ridosso dell’omonimo monte all’interno del Comune di Marzabotto. In età preindustriale aveva avuto una certa importanza, tanto che qui era anticamente collocato il municipio. La località fu attaccata dai tedeschi il 29 settembre, che uccisero innanzi tutto una donna sfollata e i suoi sette figli, i quali, intimoriti, avevano provato a nascondersi durante una perquisizione. Gli altri abitanti della località – circa una sessantina – furono rinchiusi nella cucina di un’abitazione e uccisi con granate introdotte dall’esterno da una finestra. Alcuni tentarono la fuga, ma caddero sotto i colpi di mitra. Solamente otto persone scamparono all’eccidio. In questo caso lo sterminio di quasi tutta la popolazione di Caprara determinò, dopo la guerra, il completo abbandono del borgo, che fu dichiarato «nucleo abitato scomparso»

Cerpiano

Cerpiano è una piccola frazione del comune di Monzuno, all’interno del parco di Monte Sole. Composta da una casa colonica, da un palazzo padronale e da un oratorio, negli anni della seconda guerra mondiale si era popolata di sfollati provenienti da altre località appenniniche. I numerosi bambini di stanza a Cerpiano animavano una pluriclasse e un asilo. I tedeschi piombarono a Cerpiano il 29 settembre e armi in pugno obbligarono i circa cinquanta presenti a entrare nell’oratorio, dove furono uccisi a colpi di mitra e di bombe a mano. Si resero conto che una ventina di persone erano sopravvissute, pur se ferite, anche gravemente, ma si limitarono a mettere alcune sentinelle di guardia, andando a fare baldoria poco distante. La mattina successiva, i tedeschi spararono nuove raffiche sui feriti, uccidendoli quasi tutti. Scamparono alla carneficina solo una donna, la maestra Benni, e due bambini, che avevano trovato riparo sotto i cadaveri

Pioppe di Salvaro

È un paese lungo il Reno che sotto il profilo amministrativo ricade nei comuni di Grizzana Morandi, Marzabotto e Vergato. Tra il 29 e 30 settembre giunsero in questa località un centinaio di uomini, rastrellati dai tedeschi nelle valli del Setta e del Reno. Inizialmente una parte di costoro fu rinchiusa nella chiesa del paese, ma poi i tedeschi ritennero più funzionale incarcerarli nella scuderia, non più operativa perché danneggiata da un bombardamento. Dopo una drammatica detenzione di un giorno e una notte – i civili erano ammassati, senza cibo e angosciati della sorte di se stessi e dei propri cari – furono divisi in tre gruppi. Il primo gruppo, composto da poche persone fra le quali quattro sacerdoti, fu liberato. Il secondo gruppo, formato da uomini ritenuti validi, fu avviato alle Caserme Rosse, dove avrebbe dato luogo a squadre di lavoro coatto. Il terzo gruppo, di quarantacinque persone, tra cui due sacerdoti, fu condotto davanti a un plotone di esecuzione. Fatti sistemare sul ciglio di un bacino dello stabilimento, detto la botte, furono uccisi a colpi di mitra e di pistola. Dopo venti giorni, un cittadino riuscì ad aprire una paratia dell’invaso; e corpi defluirono a valle e non vennero mai più recuperati.

Canovetta

Canovetta è il nome di un caseggiato nel comune di Monzuno, non troppo distante dall’abitato di Vado. Qui il 1 ottobre furono condotti circa trenta uomini, rastrellati nelle zone adiacenti e giudicati troppo anziani per essere utilizzati come manodopera coatta. I tedeschi li tradussero dal luogo di detenzione alla Canovetta, dove vennero derubati degli effetti personali di valore, fatti schierare davanti ai soldati e infine fucilati. In prossimità dei cadaveri furono lanciate anche alcune bombe a mano, per uccidere eventuali feriti. Nonostante ciò, protetti dai corpi dei compagni, scamparono al massacro quattro persone.

San Giovanni e Casoncello

San Giovanni e Casoncello sono due casolari – in realtà tre, perché il primo di divide in San Giovanni di Sotto e San Giovanni di Sopra – nel comune di Marzabotto, distanti fra loro qualche centinaio di metri. I tedeschi vi ammazzarono 51 civili, tra i quali 20 bambini. Le uccisioni furono il frutto di azioni differenti, anche se molte vittime furono individuate nelle case o scovate da un rifugio antiaereo, fatte disporre lungo un muro e mitragliate. Alcune abitazioni furono poi date alle fiamme.

Creda

Creda è un toponimo a ridosso dell’omonimo monte, nel comune di Grizzana Morandi, con il quale si identificano sei o sette abitazioni che gravitano attorno alla medesima fattoria. Il 29 settembre un nutrito gruppo di tedeschi accerchiò la zona e raggruppò i circa novanta presenti sotto un porticato di un gran casamento, usato per lo più per il ricovero dei carri agricoli. Due di questi carri furono condotti nel mezzo del piazzale e sopra di essi furono poste altrettante mitragliatrici. Poco dopo iniziò la carneficina, che lasciò sul posto 69 cadaveri, fra i quali quelli di 25 bambini e ragazzi.

San Martino

San Martino è una località formata da alcune case che circondano l’omonima chiesa, nel comune di Marzabotto. Qui il 30 settembre giunsero i tedeschi, trovando la popolazione rifugiata in massima parte dentro il sopraccitato edificio di culto. Costretti a uscire, oltre 45 civili furono fatti disporre lungo un muro e mitragliati all’istante. L’abitato fu poi dato alle fiamme. Per quanto ambigua in più punti, la testimonianza di un soldato alsaziano che di lì a poco avrebbe disertato e che si sarebbe consegnato agli Alleati aiutò a ricostruire la vicenda.

Cadotto

Cadotto è un toponimo del Comune di Marzabotto, che vanta alcune abitazioni circondate da campi e boschi. Qui, sul finire di settembre, avevano trovato riparo alcuni partigiani della Brigata Stella Rossa, tra i quali il comandante Mario Musolesi, noto con il nome di battaglia Lupo, che rimase ucciso durante lo scontro. Probabilmente informati da una spia, il  29 settembre i tedeschi circondarono il luogo ed ebbero un conflitto a fuoco con la Resistenza. Successivamente si accanirono contro la popolazione locale, uccidendo una quarantina di persone e dando alle fiamme quasi tutti i caseggiati. Ritiratisi, tra i morti di annoverò anche il Lupo, ucciso in uno scontro a fuoco.

Casone di Riomoneta

Casone di Riomoneta è una località del Comune di Monzuno dove nel corso della guerra avevano trovato rifugio alcuni sfollati. La mattina del 29 settembre, vedendo delle fiamme in lontananza e temendo un rastrellamento, gli abitanti si nascosero in un rifugio antiaereo poco distante. Ma furono individuati dai tedeschi, effettivamente sopraggiunti, che li intimarono di uscire. Vennero fuori a mani alzate venti persone, per lo più donne, adolescenti e bambini. Furono immediatamente perquisiti e privati di sigarette, catenine, orologi e altri oggetti che potevano avere un qualche valore. Poco dopo, sotto la minaccia delle armi, vennero fatti disporre contro un muro e quindi fucilati. Tra i pochi che sopravvissero al massacro, riuscendo a darsi alla fuga ai primi colpi d’arma da fuoco, ci fu Lucia Laura Musolesi, sorella del comandante partigiano Lupo.